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Autonomia e governabilità non statale
La formalizzazione di nuove strutture di governo regionale indigeno nelle zone di influenza dell’EZLN, non è solamente un atto rivitalizzante per il processo politico zapatista ma anche un passo significativo nella costituzione di nuove forme di governo indigeno e di rafforzamento per il processo di autonomia. In questo momento la polemica sulla legalità o meno delle cinque Giunte del Buon Governo (JBG), sul fatto che esse costituiscano o meno un quarto livello di governo o se i principi legali vigenti di origine nazionale o internazionale potranno proteggerle; tutti questi argomenti importanti da riflettere dal punto di vista dei governi federale e statale, manca secondo il mio punto di vista di dar rilevanza a coloro che hanno preso la decisione di costituirle e per coloro che considerano che il mancato compimento degli Accordi di San Andrés ha fatto si che questa decisione sia stata necessariamente presa di fatto e non di diritto. Come hanno segnalato gli stessi zapatisti, questo è un atto di ribellione contro la legalità e non un intento di giustificarsi in un ordine costituzionale che non ha dato loro spazio. La formazione delle JBG risponde alla necessità di ordinare da un lato le politiche pubbliche dei governi zapatisti nei propri territori e dall’altro l’appoggio, a volte caotico, che essi ricevono da una molteplicità di Ong’s. Queste giunte mirano ad essere un ponte tra l’ordine politico locale e le istanze esterne con la quali questi municipi mantengono relazioni importanti ed inoltre a regolare gli atti dei Consigli Municipali Autonomi fronte alle frequenti denuncie di autoritarismo e intolleranza portate da altri indigeni, soprattutto coloro che non fanno parte della struttura zapatista. Con queste figure, i governi municipali acquisiscono una proiezione regionale che tenta di rafforzarli attraverso di una politica regionale, e nel contempo obbliga tali governi ad esercitare la propria funzione pubblica in accordo a principi di moralità sui quali si sostengono, in misura maggiore adesso che non solo il loro progetto, ma anche il loro ordine costituito si stanno confrontando formalmente con i principi che sostingono l’ordine giuridico nazionale. Con la costituzione politica delle JBG, gli zapatista stanno cercando di dimostrare che il truccato processo di riconoscimento legale dei sistemi normativi indigeni non è solo una pretesa di dar tetto costituzione e legale a ciò che già esiste, o sia alle tradizioni, agli usi e costumi, ma anche di creare ambiti e giurisdizioni per sviluppare nuove istituzioni e sistemi politici, che pur fondandosi su principi antichi e concezioni culturali, devono essere nuovi e creativi in funzione delle dinamiche e circostanza dei contesti contemporanei. Così, questo processo di creazione di nuove forme di governo indigene, contraddice la idea formalista e positivista che le istituzioni politiche solo possono esistere quando esista un processo giuridico formale di creazione in accordo con le regole generate all’interno del chiuso ambito giuridico. Come possiamo vedere, se il diritto non ha la capacità, in un dato momento storico, di creare le istituzione che la società domanda, la stessa società può avanzare nella costituzione delle proprie nuove strutture politiche e spesso ciò creerà uno scontro con l’ordine vigente. A seconda della forza delle due parti (lo Stato ed il movimento sociale), successivamente inizierà o meno il suo riconoscimento giuridico formale. Ciò significa che la lotta politica dei popoli indigeni non può esser limitata al riconoscimento giuridico dei loro diritti, ma alla creazione delle istituzioni politiche che permettano ad essi una vita buona, in accordo con la propria cultura ed adeguata al mondo di oggi. Il fatto che le JBG non abbiano sostegno nel diritto nazionale comporta una serie di domante e di rischi corrispondenti. Desidero riflettere in particolare su due di essi, la legittimità che queste nuove strutture politiche – nuove in quanto a formalizzazione ma derivanti da un processo previo di costituzione – hanno per governare le persone non zapatista che vivono nei loro territorio, e – due – la sicurezza giuridica che queste persone possono avere di fronte a tali governi. ?Possono comandare obbedendo coloro che non chiedono loro niente? In alcuni settori è comune supporre che porsi queste domande è voler fare il gioco dello Stato, del PRI, dei caciques, dei finqueros, dell’esercito nazionale, dell’imperialismo e di tutto ciò che si racchiude nel concetto insorgente di “mal governo”. Senza dubbio, coloro che possono vedere un poco più in là, sa che rispondere a questi ed altri dilemmi dei processi autonomici è un modo per rafforzarli e non per indebolirli. È praticamente conosciuto a tutti che per molte diverse ragioni (sociali, culturali, storiche), all’interno dei territori di influenza ribelle ci sono indigeni tsotziles, tseltales, cho´oles e tojolabales; contadini poveri ed ugualmente emarginati che non appartengono al movimento zapatista. Se molte volte le loro posizioni si legano ad interessi esterni e locali spuri, ciò non implica che queste posizioni siano necessariamente alienate dalla logica locale, vendute o perversamente interessate. Questa è una realtà riconosciuta da tutti come lo mostra il discorso del comandante David durante l’atto di formalizzazione delle JBG, che qualifica gli indigeni non zapatisti come “fratelli di razza, colore e di storia”. Sebbene appaia difficile da accettare, le regioni zapatiste, come quasi tutte le regioni indigene del paese, sono plurali ad intra e non solo rappresentano la pluralità nazionale. In altre parole, nel territorio governato dai Consigli Autonomi e dalle JBG, come in quasi tutte le regioni indigene del paese, c’è una pluralità di identità culturali, politiche, religiose e ci sono i relativi conflitti e una dissidenza interna ai territori che aspirano ad essere politicamente autonomi, e in molti casi questa diversità è coerente con i valori e la identità culturale dei gruppi che lottano per il riconoscimento di una differenza interna. Da ciò possono nascere due domande; la prima è: se non nasce dalle legge o dal famoso stato di diritto ?Da dove nasce la legittimità delle JBG per governare nei propri territori? E la seconda è, se dentro a questi territori i Consigli Autonomi, a livello municipale, e le JBG, a livello regionale ?potranno aspirare a governare coloro che non sono zapatisti ma vivono nei loro territori? Dato che queste domande sono rilevanti non solo per i municipi e le regioni autonome chiapaneche, ma per tutte le regioni indigene che si stanno proponendo questo cammino, mi permetto di proporre l’esempio di alcune fonti tipiche di legittimità delle autorità indigene in differenti regioni del paese, fonti che si incontrano comunemente combinate tra loro. La prima fonte è la rappresentatività, cioè la legittimità delle autorità rappresentative deriva da una elezione da parte di assemblea dei cittadini in generale o di alcune persone che per un accordo amplio della collettività si trovano con la facoltà di nominare le autorità. Un’altra fonte è la tradizione o il costume, cioè quando il processo di nomina risponde alla forma in cui si è agito in modo ripetuto nel tempo, che può essere una forma democratica e rappresentativa oppure No. Ci sono comunità dove l’elezione cade su membri di certe famiglie o lignaggi, ove l’autorità che esce nomina il proprio successore a volte con la ratifica dell’assemblea, a volte senza di essa, oppure dove si elegge direttamente chi ha in precedenza occupato un determinato incarico; può esser che per tradizione un piccolo gruppo della comunità, per ragioni di lignaggio, status, leadership, etc. sia quello che esercita il potere politico, e sebbene queste oligarchie possano svolgere in modo saggio e responsabile le funzioni di governo, nell’articolarsi con il sistema nazionale corporativo, tendono a corrompersi ed a formare poteri indigeni simili a quelli dei caciques. Ciò non significa che tutti i governi tradizionali non democratici siano un errore, non quando i popoli indigeni costituiscono istituzioni di controllo ed attaccamento alla moralità locale come potrebbero essere le JBG, affinché i propri leader non eletti portino avanti il progetto di vita buona che la collettività ricerca. In ogni caso, un governo indigeno non democratico, seppur giusto e legittimo, avrà un carico, come si dice nel diritto gli toccherà l’onere della prova per mostrare che anche se non è democratico ha la possibilità di articolarsi con gli ideali progressisti del movimento indigeno contemporaneo. Una terza fonte di legittimità delle autorità indigene è il merito ed il prestigio riconosciuti in una persona che occupa gli incarichi e molto spesso ciò deriva da servizi che la persona ha offerto al popolo, dal denaro che questi ha donato per organizzare feste rituali, ed oggi anche da meriti politici o accademici conseguiti al di fuori dal villaggio ed anche dalla leadership politica o militare in alcuni casi. Normalmente questo riconoscimento è avvallato dall’assembela, da un consiglio e/o attraverso un procedimento rituale. Per la maggior parte dei politologi contemporanei ogni forma di nomina diversa dalla democrazia formale è causa di prurito e mancanza di fiducia. Noi che crediamo in un diritto ed un politica interculturale crediamo che ognuna delle forme descritte possa essere legittimabile quando dimostrino di essere legate a fondamenta morali accettabili all’interno di uno specifico contesto culturale, di avere un amplio consenso sociale oltre alla capacità di metter ordine nella società e condurla in modo conforme al proprio progetto di buona vita. Così, a mio giudizio, la legittimità delle JBG zapatiste, come di molte altre autorità indigene del paese, esistenti o che esisteranno, può derivare da una qualsiasi di queste fonti quando compia con i requisiti che la rendano possibile e legittima. Se inoltre il sistema giuridico nazionale le riconoscerà, ciò rappresenta un plus per niente disprezzabile che da la opportunità, non solo alle istituzioni indigene ma a tutto il sistema giuridico e politico nazionale e quindi a tutti noi che viviamo al suo interno, di convivere in una società migliore, più ordinata, più giusta e quindi più adeguata alla nostra situazione di diversità culturale e di ancestrale disuguaglianza politica ed economica. Questo riconoscimento ci darà inoltre la possibilità di migliorare le strutture politiche del nostro paese rispondendo alle richieste di un mondo in cambiamento, che riflette una seria crisi dei partiti politici e del modello attuale di Stato nazionale. Per tutto questo, ritengo importante insistere per promuove il riconoscimento giuridico dei diritti indigeni da parte del sistema politico nazionale, qualcosa di molto desiderabile nell’attuale contesto politico del paese ma non un pre-requisito indispensabile per la costituzione di nuove istituzioni locali, soprattutto a livello regionale. Questo anche se è necessario aspirare che in un tempo determinato, lo Stato trasformi le proprie strutture per incorporare queste nuove istituzioni politiche locali perché altrimenti le regioni indigene resteranno tagliate fuori dal resto del paese. Ciò significa, costituire organi politici prima di essere riconosciuti dal diritto è un cambiamento tattico, ma non di obiettivi. Possiamo dire che dato che la legittimità non nasce allora dallo Stato di diritto, le JBG, come i Consigli Municipali Autonomi, saranno molto vulnerabili se non saranno in grado di costruire un largo consenso e l’accettazione di coloro che governano. Possiamo supporre che questo obiettivo sia già stato raggiunto dall’EZLN tra le basi d’appoggio, ma ?Come costruire questa legittimità tra le persone non zapatiste, che in molti casi cercano di proporsi come cittadini di uno Stato che non è fonte di legittimità delle nuove strutture autonome? Questa questione non è secondaria perché dall’opzione che sceglieranno i governi zapatisti di fronte a queste persone si potrà capire che tipo di progetto d’autonomia di sta consolidando in Chiapas e se questo modello potrà prendersi come esempio per altri processi di autonomia indigene nel resto del paese. Le possibilità delle JBG e dei Consigli Autonomi di fronte a questa popolazione sono tre: la prima è convincerli ad assumere queste istanze come proprio governo, rinunciando così alle istituzione dello Stato che esercitano una giurisdizione parallela, il che significa legittimarsi di fronte ai non zapatisti come istanza di governo che presta loro servizi e risolve i loro problemi. Questo è senz’altro lo scenario migliore e più desiderabile anche se difficile sarà senz’altro mantenere la imparzialità e la tolleranza dei governi e cittadini zapatisti già offerta a Oventik, di fronte a conflitti con i non zapatisti, specie quando questi ultimi accettino appoggi del governo, che per opzione gli zapatisti non ricevono, legittimando così gli organi del governo dello Stato. Sarà difficile, d’altra parte, che i non zapatisti accettino gli atti dei governi municipali e regionali autonomi quando non siano di propria convenienza, soprattutto avendo l’opzione di ricorrere alle entità le cui risorse e la cui legittimità proviene dallo Stato messicano, in uno qualsiasi dei suoi tre livelli di governo. In ogni caso, il processo di legittimazione del governo autonomo non ha di fronte a se un sentiero semplice. La seconda opzione dei governi zapatisti di fronte alla popolazione non zapatista sarà governarli indipendentemente dalla legittimità che questi riconoscano alle autorità autonome. Ciò è quanto più comunemente accade in ogni Stato: indipendentemente istituzioni e norme esterne che ci obbligano perché sono suppostamene fondate su principi di moralità politica che le giustificano oltre la volontà individuale dei governati, lasciando a questi l’unica prerogativa di partecipare alle elezioni che rinnovano le persone che incarnano le istituzioni in un periodo determinato. Queste potrebbero essere le ragioni degli zapatisti per governare i non zapatisti indipendentemente dallo loro volontà, dando chiaramente loro un giusto trattamento, con regole simili a quelle che esistono per tutta la popolazione, così come le ha offerte il Comandante David a nome del CCRI dell’EZLN. Senz’altro, dato che gli zapatisti non sono in condizione di partecipare alla elezione delle autorità, la questione sul sistema è molto importante. In questo scenario, i rischi di dissidenza che riguardano la legittimità dello Stato sono maggiori e descrivono uno scenario nel quale l’EZLN, come espressione armata di questo movimento, sia chiamato ad esigere ai governati accettare le nuove istituzioni e che nel lungo periodo, mantenga un potere più forte delle istanze civili. Un governo di questo tipo ha una egemonia debole in quanto incrementa la dissidenza e di fronte agli attacchi dei potenti interessi con cui deve combattere lo zapatismo si estinguerà. La terza opzione è quella di non governare alla gente non zapatista, cioè creare un sistema di governo il cui ambito giurisdizionale non sia speciale, cioè basato sul territorio, ma esclusivamente personale, governando all’interno di un territorio esclusivamente coloro che si riconoscono nell’ideale zapatista e si appoggiano alle sue struttura. Questa terza via d’uscita, potrebbe risultare la mano compromettente per le nuove autorità, implicando però senz’altro un declino nella domanda indigena per il riconoscimento dei propri sistemi normativi all’interno di un ambito territoriale e non solo per certe persone all’interno di quel dato ambito. Per altra parte, tutte le implicazioni della vita comune tra membri di una stessa comunità e di una stessa regione renderà difficile la governabilità di un territorio con strutture politiche concorrenti, con regole e istanze distinte a secondo del gruppo a cui uno appartiene come di fatto stanno in questo momento funzionando queste regioni. Ciò creerà inoltre la possibilità della proliferazione di molteplici “governi autonomi” in una stessa regione, protetti da gruppi paramilitari, narcotrafficanti, chiese, imprese, etc. Come vediamo, ognuna di queste opzioni presenta vantaggi, giustificazioni ed anche rischi e sarà la abilità e la valorizzazione politica che gli attori locali sapranno dare al proprio processo che marcherà il cammino da seguire, perché se già le JBG sono costituite, la egemonia regionale di queste nuove strutture ancora si trova in questo processo. È desiderabile che tutti coloro “che non sono d’accordo o non capiscono” la giusta causa zapatista (discorso del Comandante David il giorno della inaugurazione dei Caracoles, 9 di agosto del 2003), non solo arrivino a rispettare questa nuova struttura di governo ma che partecipino e la sostengano come un mezzo per migliorare la propria vita e rispondere così ad uno Stato che non ha saputo qualificarsi come una entità che abbia una ragione d’essere in questi territori. La sfida della pluralità interna rappresenta per gli indigeni autonomisti un problema in più da risolvere. Ritengo che un ambito con questa complessità implica che la governabilità di un territorio ‘diverso’ richieda che anche la composizione dei suoi organi di governo riflettano la stessa diversità. Perciò, il prossimo passo del processo d’autonomia potrebbe implicare la partecipazione politica definita degli ‘altri’ locali, conservata la identità differente, nelle emergenti strutture politiche regionali.
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