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Chiapas al Día, No. 427
CIEPAC
Chiapas, México
14 septiembre 2004

GLI EFFETTI DEL TRATTATO DI LIBERO COMMERCIO DELL’AMERICA DEL NORD (TLCAN) SULLO SVILUPPO RURALE IN MESSICO.

Riassunto: lo scorso 9 settembre una versione leggermente distinta del seguente saggio è stata presentata al “Primo Incontro Nazionale sui trattati di libero commercio e sviluppo rurale”, realizzato dalla Facoltà d’Agronomia dell’Università “San Carlos de Guatemala”, a Città del Guatemala.

Nel saggio si mettono a confronto le promesse che sono state fatte 11- 12 anni fa in Messico, quando il governo di Carlos Salinas de Gotari tentò di “vendere”, allo scettico pubblico messicano, i vantaggi che, nei seguenti dieci anni, avrebbe comportato l’entrata in vigore del Trattato di Libero commercio (TLCAN), ponendo particolare enfasi sugli effetti relativi all’agricoltura. Questa retrospettiva ed analisi dei risultati in Messico riguarda, oggi, anche altre zone dell’America Centrale poiché altri cinque paesi della regione hanno negoziato il TLCAUSA (Trattato di Libero commercio Centro America Stati Uniti) che ora dovrà essere ratificato dalle legislature nazionali.

Introduzione

Il titolo di questo saggio riflette alla lettera ciò che mi è stato chiesto per questa relazione, ma contiene anche una grande contraddizione nel senso che ciò che è accaduto in Messico, al settore agricolo, dall’entrata in vigore del TLCAN è tutto meno che sviluppo.

Potremmo addirittura parlare di un “de-sviluppo”, un “anti-sviluppo” se si preferisce, poiché ciò che è avvenuto in territorio messicano, non solo grazie a dieci anni di TLCAN, ma anche a venti anni di applicazione di politiche neoliberali, é stato assolutamente disastroso. Dipingendo un quadro generale della situazione, in Messico si rilevano maggiori livelli di denutrizione, povertà, abbandono, emigrazione, perdita delle diversità genetiche di molte coltivazioni autoctone del paese e della regione, principalmente del mais, invasione di prodotti transgenici i cui effetti sugli esseri umani sono tuttora sconosciuti, e perdita per l’intero paese di sovranità sulla gestione dei prodotti alimentari, di sovranità in generale, ed una ancor più lunga serie di elementi che sostengono l’opinione che il risultato del TLCAN sull’agricoltura è stato disastroso.

Bisogna chiarire: i disastri del TLCAN vanno al di là dell’agricoltura e toccano altri aspetti economici della vita in Messico, come la politica e la cultura anche se qui restringeremo i nostri commenti all’ambito rurale. Bisogna anche dire che la situazione che esporremo non è opera esclusiva del TLCAN, ma risponde ad una situazione generale d’abbandono del settore rurale da parte dello Stato messicano che è cominciata come un’indifferenza passiva (ciò che i francesi chiamano laisser passer, lasser faire) negli anni ’40, quando lo stesso Stato decise che era obiettivo prioritario l’industrializzazione del Paese e usò il settore rurale come leva per l’industrializzazione a spese dell’agricoltura. Ciò che era un abbandono passivo si trasformò in un’aggressione a partire dalla metà degli anni ’80 quando, per ragioni ideologiche proprie del neoliberismo, lo Stato dichiarò che avrebbe fatto la guerra ai contadini messicani se questi non si fossero adeguati e non fossero riusciti a competere con i mercati internazionali.

Le utopie neoliberali, tipiche ancor oggi di molti burocrati messicani, anche di fronte all’evidente falsità dei supposti vantaggi del TLCAN, impediscono di vedere ciò che è più evidente. Salvo piccoli settori che hanno tratto beneficio dal TLCAN, che alcune fonti circoscrivono a non più di un migliaio di persone e di grandi imprese, (1) le campagne messicane ed i contadini messicani agonizzano in una morte lenta che consuma contemporaneamente le tracce della sovranità alimentare del Paese.

Promesse incompiute.

Non è difficile risalire agli anni precedenti all’entrata in vigore del TLCAN in Messico,quando il governo si prodigava in un’opera di convincimento del popolo sugli effetti positivi che avrebbe comportato il Trattato con gli Stati Uniti e il Canada. Un po’ di tempo passato in un’emeroteca ci aiuterebbe a ricordare le promesse e gli impegni presi a quel tempo: ci dissero che il Messico si stava collocando nella “scia del primo mondo” e aveva solo bisogno della spinta del TLCAN per raggiungerlo, che il TLCAN avrebbe convertito i territori agricoli inefficienti in zone altamente produttive e commerciabili; che i contadini meno “ moderni ” ,che non erano in grado d’esportare, sarebbero stati assorbiti come manodopera nel moderno e crescente settore dell’industria d’esportazione; che il Trattato sarebbe stato “ sensibile ” rispetto alla produzione di cereali basici per l’alimentazione messicana, attribuendogli fino a 15 anni di protezione durante i quali sarebbe stata definita una quota fissa d’importazione,con tariffe doganali imposte alle importazioni eccedenti da tale quota; che per i messicani gli alimenti sarebbero stati più economici.

Il TLCAN in quegli anni fu inteso come sinonimo di maggiori esportazioni, più posti di lavoro, maggiori investimenti, alimenti di migliore qualità ad un prezzo più basso,diminuzione della povertà….ecc.

Purtroppo quasi tutte quelle promesse si sono rivelate false, ma perché non dirlo apertamente? Si trattava di menzogne poiché risultò, sia in Messico sia negli Stati Uniti, da numerose analisi, studi e modelli economici, che i risultati non sarebbero stati per nulla favorevoli per il Messico. Negli Stati Uniti, per lo meno, gli analisti sapevano perfettamente che si sarebbe provocato un esodo dalle campagne e che ci sarebbe stato un aumento delle emigrazioni verso le città e anche verso gli Stati Uniti. Non è un caso dunque che lo stesso anno dell’entrata in vigore del TLCAN, il 1994, cominciarono le grandi manovre delle pattuglie di frontiera statunitensi contro gli emigranti, come l’“ Operazione Guardiano ” e altre che sono state via via organizzate insieme allo stanziamento di cifre sempre più cospicue per il mantenimento della frontiera Sud, per la costruzione di barriere, l’installazione d’apparati sofisticati, la deviazione delle masse migratorie verso regioni inospitali e la crescente militarizzazione e paramilitarizzazione della frontiera. (2)

Fino ad oggi niente ha potuto fermare l’ondata migratoria di messicani e centroamericani verso gli Stati Uniti. Perché? Perché nei nostri Pesi non c’è lavoro. Che faranno le autorità statunitensi nel momento in cui non riusciranno a fermare gli emigranti nemmeno con i proiettili di gomma che oggi gli sparano e il cui uso fu autorizzato dallo stesso governo di Vicente Fox? Quando l’opzione per gli emigranti é affrontare un proiettile di gomma nel deserto dell’Arizona o la miseria permanente del suo luogo d’origine?

Risultati macroeconomici.

Soffermiamoci sui risultati delle tante promesse relative all’agognato sviluppo che TLCAN avrebbe dovuto comportare per il paese, le quali risultano alquanto simili alle promesse che i governi del centro-america fanno ai propri popoli per favorire l’adesione al TLCAUSA (Trattato di Libero commercio Centro America- Stati Uniti).

Prima di tutto vediamo ciò che a prima vista può sembrare positivo: il TLCAN ha sì rispettato due delle promesse che furono fatte agli inizi degli anni ’90: il TLCAN ha comportato più investimenti per il paese ed ha significato più esportazioni dal Messico (non esportazioni “messicane”). Le cifre parlano chiaro. Per ciò che riguarda le esportazioni, il Messico oggi esporta il doppio di ciò che esportava nel 1993, anno anteriore all’entrata in vigore del TLCAN (61miliardi di dollari nel 1994; 158 miliardi di dollari nel 2001). Per quanto riguarda gl’investimenti privati, la cifra è superiore di tre volte a ciò che entrava nel paese nel 1993 (in media 4,5 miliardi di dollari l’anno tra il 1998 e il 1993; in media 13 miliardi di dollari l’anno tra il 1994 e il 2002).

In effetti ci sono alcuni, anche se pochi, che sono risultati “ vincitori ” con il TLCAN. Per esempio, gli industriali agricoli della birra e del tequila, i produttori e imballatori d’ortaggi e frutta tropicale d’esportazione,gli importatori di carne, di cereali (con Maseca e Misna in testa), importatori di frutta e succhi ed anche l’industria delle bibite. Sono esempi delle migliaia d’imprese o persone che nell’ambito rurale hanno prosperato grazie al TLCAN, rispetto ai milioni di persone che sono risultati “ perdenti ”.

Analizziamo per un momento i risultati economici generali, a livello dell’intera economia messicana, per contestualizzare le virtù ed i vizi del TLCAN. Ci focalizzeremo su due momenti, da una parte l’ondata di liberalizzazione,o apertura economica che ha preso piede in Messico all’inizio degli anni ’80; dall’altra, il periodo che decorre dall’entrata in vigore del TLCAN, che comincia il 1° gennaio, 1994. Entrambe i periodi si estendono fino ad oggi.

Tanto nel periodo d’apertura, come durante il TLCAN, la crescita dell’economica messicana è andata diminuendo. Dalla forte crescita del reddito pro-capite del 3.4% mantenuta per 30 anni, dal 1945 al 1975,gli anni cosiddetti del “ miracolo messicano ”, la crescita economica si è quasi bloccata: dal 1985 al 2000 è stata di meno dell’1%.

In quanto alle esportazioni, anche se sicuramente il Messico si è convertito in uno dei maggiori esportatori del mondo, all’11° posto al mondo, bisogna anche ricordare che il Paese importa più di ciò che esporta, dato che si traduce in una bilancia commerciale cronicamente deficitaria. Nel 2003, il deficit è salito a 14.500 milioni di dollari, vale a dire 4.3 volte gli stanziamenti federali a sostegno dell’agricoltura di quello stesso anno.

Dall’entrata in vigore del TLCAN, solo per l’acquisto d’alimenti, il Messico ha erogato 78 miliardi di dollari, cifra superiore al debito pubblico del Paese (74 miliardi di dollari).

Si tratta in gran parte di alimenti che prima erano prodotti in Messico e che ora devono essere importati.

Rispetto all’occupazione, ci furono grandi aspettative relative all’incremento di posti di lavoro da parte del TLCAN, ma nella realtà c’è stata un calo netto nella crescita dell’occupazione, vale a dire che in media si creavano più posti di lavoro in Messico prima del TLCAN che dopo. Il Presidente Fox, nella sua recente relazione al paese dello scorso 1° settembre, si è fregiato di aver creato, nei tre anni della sua amministrazione, mezzo milione di posti di lavoro. Si è però dimenticato di dire che per far posto ai giovani che anno dopo anno integrano la nuova forza lavoro, l’economia dovrebbe generare circa 750.000 posti di lavoro l’anno. Vale a dire che, durante l’amministrazione Fox, l’economia avrebbe dovuto generare circa 2.250.000 posti di lavoro, cifra di fronte alla quale impallidisce quella di mezzo milione di nuovi posti di lavoro. Inoltre, la maggior parte degli impieghi generati in questi anni riguardano il settore sommerso nel quale non esistono regolamentazioni delle prestazioni lavorative né salario minimo garantito.

Parlando solo del settore agricolo la Segreteria del Lavoro (STPS) indica che dall’entrata in vigore del TLCAN si sono persi 1.780.000 posti di lavoro, 600.000 dei quali relazionati con le colture cerealicole di base.

I salari reali sono più bassi che mai. Il salario minimo, dall’entrata in vigore del TLCAN, è sceso del 23% in termini reali (di potere d’acquisto) e del 60% dal 1982. I salari contrattuali sono scesi del 55% dal 1987, e del 12% dall’entrata in vigore del TLCAN. Il 60% dei lavoratori non percepisce nessuna delle prestazioni attribuitegli dalla legge messicana, il 33% della popolazione economicamente attiva (PEA) si colloca nel settore informal.

Tutto ciò si traduce in più povertà. Il numero di famiglie povere è cresciuto dell’80% dal 1984, e più del 60% della popolazione vive in povertà. In Chiapas, dove la crisi del prezzo del mais si somma a quella del caffè si stima che circa il 70% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà. Parlando in modo specifico della popolazione rurale, l’80% vive in povertà e più del 50% in condizioni di estrema povertà.

Non solo è aumentata la povertà, ma anche la disuguaglianza. Il coefficiente Gini, (ossia il parametro che misura le differenze tra le classi sociali) è passato da 0.43 a quasi 0.5 dal 1984 ad oggi, il che colloca il Messico tra i paesi con più disuguaglianza di tutto l’emisfero sud e del mondo intero.

 

La triste situazione non termina qui: per quanto riguarda l’ambiente, il governo stimava che i costi di degradazione ambientale (che ha subito un’accelerazione durante il TLCAN) nel 2003 sarebbero stati pari al 10% del PIL cioé intorno ai 36 miliardi di dollari. L’incremento del PIL nel 2003 è stato di soli 9.4 miliardi di dollari.

E per quanto riguarda gli alimenti a prezzi più bassi che il TLCAN ci avrebbe messo a disposizione? Terminiamo questa lunga lista di problemi dicendo che semplicemente questa promessa non fu altro che un’esercizio retorico. Dal 1994 al 2002, i prezzi del paniere di alimenti basici aumentarono del 257%, mentre i prezzi al produttore agricolo s’impennarono del 185%. Vale a dire che le importazioni fecero più pressione sui prezzi al produttore che sui prezzi al consumo.

Riassumendo, il paese oggi è più povero, con più disuguaglianza, con meno occupazione e più fame che dieci o vent’anni fa. Le politiche neoliberali nel nostro paese semplicemente non hanno funzionato e,grazie al TLCAN, oggi lo Stato non possiede gli strumenti di politica economica per correggere la direzione della nave in modo favorevole al popolo messicano.

Il TLCAN è molto più di un trattato di libero commercio, anzi, non è nemmeno un accordo principalmente commerciale, ma è parte di un enorme progetto di revisione delle regole del sistema economico a favore, quasi esclusivamente, delle imprese multinazionali e dei paesi sviluppati.

Ricordiamo che l’apertura o liberalizzazione dell’economia messicana è cominciata molto prima (circa dieci anni prima) dell’avvento del TLCAN. Dagli anni ’80, i governi messicani che si sono succeduti hanno diminuito le tariffe,ridotto i sussidi nazionali all’industria, ridotto il ruolo del governo nella conduzione delle strategie economiche e di sviluppo del paese. Il contributo del TLCAN è stato solo quello di accelerare la liberalizzazione e di “ blindarla ” in modo che nessun governo posteriore, specialmente uno di spinta progressista, potesse cambiare le regole.

Già intorno al 1988, il popolo messicano cominciò a risentire degli effetti della liberalizzazione, principalmente a causa della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e per la diminuzione sostanziale del potere d’acquisto dei salari. Quell’anno ebbero luogo le elezioni presidenziali e il popolo messicano votò contro il cammino di liberalizzazione che aveva intrapreso il PRI (Partido de la Revoluciòn Institucional) in quel momento al governo, riversando una montagna di voti sul candidato dell’opposizione di sinistra: Cuauhtémoc Càrdenas.

Con uno dei furti elettorali più sfacciati della storia del Messico (che ne ha visti molti), sostenuto dalla “caduta” del sistema di computo dei voti la prima notte dello spoglio, fu negata la vittoria di Càrdenas.

Così nel 1988 fu impedito il passaggio democratico, ma l’allerta aveva suonato, in modo particolare a Washington. Il pericolo si sarebbe potuto ripresentare più in là. Di fronte ad una tale eventualità si rendevano necessarie una serie di misure che assicurassero la continuità del progetto neoliberale al di là delle velleità di qualunque Presidente, soprattutto nel caso, come nell’ipotesi più osteggiata dagli Stati Uniti, dell’avvento al potere di un nazionalista di sinistra come Càrdenas. I negoziati per il TLCAN tra il Messico e gli Stati Uniti, ebbero inizio appena un anno dopo il furto elettorale del 1988.

La situazione nelle campagne messicane.

Oggi il 22% della forza lavoro del paese è impiegata nelle campagne. Il mais è stato fin da tempi immemorabili, e continua ad essere oggi, il principale prodotto agricolo, occupando il 60% delle terre coltivate e costituendo il 60% dell’intera produzione agricola. Il mais rappresenta il sostentamento totale o parziale di 18 milioni di americani.

Per comprendere la situazione attuale del mais in Messico, analizziamo un’altra serie di promesse che furono fatte nei mesi precedenti alla ratifica del TLCAN. Si promise che il Trattato avrebbe protetto le coltivazioni “sensibili”, strategiche per il paese. Nuovamente si trattò di demagogia.

Dopo appena due anni dall’entrata in vigore del TLCAN, il governo messicano decise unilateralmente di non far pagare i dazi doganali che le stesse regole del TLCAN gli davano diritto di riscuotere. Per quale motivo? Per richiesta di chi?

Per favorire le grandi imprese agricole messicane, Maseca e Minsa, l’allora Presidente Carlos Salinas sospese la riscossione dei dazi, permettendo che tali imprese avessero così accesso a grandi quantità di mais a prezzi economici. Mais che è più economico di quello messicano, non solo per una serie di fattori che rendono le coltivazioni agricole particolarmente favorevoli negli Stati Uniti, ma anche a causa dei sussidi che il governo USA elargisce ai suoi produttori. Tali sussidi raggiungevano un tale livello e continuano a raggiungerlo che la situazione configura un grave caso di “dumping”. Sicuramente, come abbiamo già visto, Maseca e Minsa ebbero un posto nella ristretta elite dei favoriti dal Trattato, producendo farine con il mais statunitense a basso costo, in un momento in cui il prezzo della tortilla sale senza pietà, a causa dell’eliminazione, da parte del governo messicano, dei sussidi al consumo.

Coloro che subirono maggiori perdite a causa di questa valanga di tonnellate di mais furono i contadini messicani. Diciotto milioni di contadini subirono le conseguenze del crollo dei prezzi del 45%,dovuto a questo improvviso squilibrio. Allo stesso tempo il governo messicano perse miliardi di dollari che avrebbe potuto riscuotere come dazi applicabili agli eccessi d’importazione,calcolabili in 2.9 miliardi di dollari per il mais e altri 77 milioni per i fagioli.

I problemi continuano :il governo messicano per non dispiacere gli Stati Uniti ha rinunciato anche ad ogni tipo di controllo sul tipo di mais importato ,e di fatto esercita un controllo sanitario molto limitato sulle carni e sui prodotti agricoli provenienti da quel paese. Nel caso specifico del mais,sono entrate tonnellate di mais transgenico mescolate al mais normale anche se sono tuttora sconosciuti gli effetti sulla salute umana delle varietà modificate geneticamente. Ciò che è stato ampiamente provato è che il mais transgenico contamina le varietà autoctone e tende ad eliminarle ,rovinando la millenaria opera di selezione delle varietà di mais più adatte ai differenti microclimi operata dai popoli indigeni. L’importazione di cibi transgenici porta ad un’omogeneizzazione delle specie cui consegue la dipendenza dalle sementi vendute dalle imprese multinazionali nonché una perdita di controllo alimentare e il rischio d’epidemie che si potrebbero moltiplicare tra le colture omogenee.

La totale trascuratezza del governo messicano nei confronti delle importazioni di prodotti statunitensi contrasta con ciò che accade dall’altra parte della frontiera.

I produttori messicani si devono confrontare continuamente con restrizioni sanitarie e a volte anche con veri e propri embarghi, decretati dal potere legislativo o esecutivo USA, i quali non solo si collocano al di fuori dello spirito del TLCAN, ma a volte si tratta di veri e propri atti illegali. L’abbandono delle campagne da parte del governo messicano, accelerato dal TLCAN, si pone in forte contrasto con la protezione, l’appoggio e, ancor più importante,i sussidi che il governo degli Stati Uniti elargisce ai propri produttori agricoli e in particolare alle imprese agricole d’esportazione. Per esempio, nel 2003, il “Farm Bill”   ha stabilito un aumento del 70% degli incentivi ai produttori locali. Il mais è, di fatto, la coltivazione che riceve maggior sostegno da parte del governo degli Stati Uniti, basti pensare che nel 2000 le sovvenzioni al grano raggiunsero la somma di 10.100 milioni di dollari, dieci volte gli stanziamenti totali del Messico per l’agricoltura. Ricercatori specializzati hanno calcolato in 105/145 milioni di dollari annuali, i sussidi che il governo degli Stati Uniti elargisce alle sole imprese che esportano in Messico. Tale cifra supera le entrate totali di 250.000 produttori di mais dello stato del Chiapas.

Non c’è da stupirsi, dunque, che le esportazioni di mais dagli Stati Uniti al Messico si siano triplicate dall’entrata in vigore del TLCAN, invadendo il 33% del mercato nazionale. E nemmeno ci si può stupire che i produttori messicani vivano nella miseria. Di fronti a sussidi di tale mole qualunque riferimento dei burocrati messicani alla presunta “inefficienza dei nostri contadini rispetto alla produzione statunitense, diventa assolutamente demagogica.

Altre cifre che tradiscono la profondità della voragine economica che si sta scavando in Messico grazie al TLCAN: prima del TLCAN,nel 1993,il Messico importò 8.8 tonnellate di granaglie ed oleaginose. Nel 2002 già importava più di 20 milioni di tonnellate dello stesso prodotto cui si devono aggiungere grosse quantità di carni, frutta proveniente da climi temperati e altre materie prime o prodotti elaborati (riso,grano,latticini,tabacco,grassi e oli vegetali,animali vivi e da macello,perfino caffè, anche se il Messico ne è uno dei maggiori produttori al mondo). Più che esportare prodotti agricoli,il Messico li ha importati a tonnellate, con un risultato evidente agli occhi di chi vuole vedere: migrazione dei produttori nazionali, aumento della disoccupazione, annullamento della sovranità sugli alimenti e la distruzione di un’importante parte delle infrastrutture del paese.

Le prospettive del TLCAUSA per l’America centrale non regalano grandi illusioni ,soprattutto quando dettaglio più ,dettaglio meno, tale trattato cerca similitudini con TLCAN.

Strategie di sopravvivenza.

Gli effetti del TLCAN sull’agricoltura messicana sono stati negativi per tutti, ad eccezione del piccolo gruppo d’individui ed imprese che ne sono stati avvantaggiati. I contadini messicani e le popolazioni indigene stanno, però, lottando contro le forze che cercano di separarli e si ribellano a chi gli vuole sottrarre il controllo delle risorse naturali, la terra prima di tutto, ma anche la biodiversità, la legna, l’acqua, le risorse energetiche e le altre materie prime. Per cercare di sopravvivere a tale situazione, i contadini hanno maturato alcune strategie . In questa sede esporrò brevemente le strategie adottate nello stato del Chiapas tenendo conto che i dettagli specifici variano a seconda delle differenti regioni del paese.

(1)    Espansione della produzione agricola in particolare della coltivazione di cereali di base e di altri prodotti destinati all’autoconsumo. Tale espansione si sta realizzando in terre marginali e con rendimenti per ettaro abbastanza scarsi. Trattandosi però di autoconsumo, lontano dalle oscillazioni del mercato, tutto ciò che viene prodotto viene consumato.

(2)    Semina di prodotti vari (come caffè o prodotti non tradizionali come fiori, frutta “esotica o introdotta”, noce macademia etc.) destinati alla vendita e/o all’esportazione i quali portano un guadagno modesto.

(3)    Espansione dell’attività d’allevamento in mano a contadini indigeni, esercitata in piccoli appezzamenti di terreno e con piccoli margini di guadagno che però generano un minimo ingresso.

(4)    Sfruttamento delle risorse naturali più disponibili (in particolare i boschi) anche se non è possibile garantirne uno sfruttamento sostenibile a lungo termine.

(5)    Emigrazione di almeno parte della famiglia verso le città del Messico o degli Stati Uniti.

Per la maggior parte dei contadini e delle comunità indigene del Messico, dunque, le parole d’ordine sono: la terra non si vende. Possederla un po’ di terra e farla produrre, anche se solo per la sopravvivenza a medio termine, per molti contadini e indigeni è l’assicurazione sulla vita più affidabile di fronte alle oscillazioni del mercato e alla volontà delle imprese e del governo di togliergli ciò che possiedono.

Futuro

A dicembre del 2002 si è formato in tutto il paese un enorme movimento contadino di rifiuto del TLCAN, che si manifestò con la riunione di centinaia di migliaia di piccoli e medi produttori nel centro di Città del Messico. Il movimento, conosciuto come “ El campo no aguanta màs” (la campagna non ce la fa più), riuscì a riunire le proprie forze in quattro blocchi ad adottare un'unica strategia e a presentare un unico documento al governo. L’Accordo Nazionale che nacque come sintesi della tavola rotonda di dialogo tra contadini e governo è costituito dai seguenti punti:

(6)    Revisione del TLCAN

(7)    Sovranità alimentare come fulcro e fondamento di tutte le politiche agroalimentari e commerciali

(8)    Stanziamenti pluriannuali

(9)    Riforma strutturale della politica agricola

(10) Adempimento degli accordi di San Andrés (firmati con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale)

(11) Difesa e valorizzazione del patrimonio territoriale delle comunità e delle popolazioni indigene.

Anche se la presenza di organizzazioni contadine più vicine al governo, le quali non furono concordi nel richiedere che si stabilissero dei termini per l’attuazione degli patti, divise questo importante movimento e debilitò le promesse che erano state ottenute, le rivendicazioni che furono portate avanti sono un eccellente punto di partenza per eliminare i danni provocati dal TLCAN alle campagne e all’intera società. L’Accordo Nazionale, senza dubbio, sarà nuovamente rivendicato prima delle prossime elezioni federali del 2006.

Conclusioni

Il Messico ha negoziato uno scadente trattato di libero commercio, pessimo se ci riferiamo esclusivamente ai suoi effetti sulle aree rurali. Il TLCAN ha poi dato luogo ad altri aspetti, molto lontani dal commercio propriamente detto, che hanno avuto ripercussioni dannose in molti altri ambiti. Il Capitolo 11 in particolare, dà alle imprese multinazionali, diritti inauditi attraverso i quali queste possono denunciare i governi nazionali per qualunque legge, norma o regolamento che interferisca con la realizzazione delle proprie “ prospettive di guadagno”. Ad oggi esistono già molti casi d’imprese che hanno contestato atti governativi di fronte al tribunale del TLCAN in processi segreti che si sono risolti a loro favore. Qualificando le leggi e norme nazionali come un “espropriazione indiretta” che deve essere risarcita obbligatoriamente, il Capitolo 11 ha avuto un effetto devastante per le leggi sull’ambiente, sulla protezione dei lavoratori,sulle leggi sociali e incluso sullo stesso processo democratico, non solo in Messico,ma in tutti e tre i paesi che partecipano al TLCAN. Il Capitolo 11sta inoltre avendo un effetto di “censura anticipata”, vale a dire ,i poteri legislativi a tutti livelli si stanno astenendo dal promuovere leggi che proteggano l’ambiente ,i lavoratori,la cultura ,per timore che ci si possa esporre ad una denuncia da parte di qualche impresa multinazionale.

Il problema, però, non consiste tanto nei trattati che si firmano, quanto nella mentalità con la quale si attuano. Se tale mentalità è quella del neoliberalismo o quella del consenso di Washington, il risultato è quasi assicurato: l’immensa base povera della piramide sociale non otterrà nessun beneficio e come abbiamo sperimentato in Messico da decine di anni, la sua situazione tenderà a peggiorare. (3)

Il punto focale intorno al quale si contrappongono le opinioni dei sostenitori e degli oppositori ai trattati di libero commercio, consiste in due differenti idee di sviluppo. La prima equipara lo sviluppo all’aumento del capitale, alla presenza di grandi imprese, in particolare imprese multinazionali, e al lavoro, alla tecnologia e al capitale che dovrebbero produrre. Tale concezione è elitaria ed esclude dalla possibilità di partecipare al processo di sviluppo una gran fetta della società,inoltre nega la possibilità di dirigere ed orientare l’economia a beneficio della maggioranza della popolazione di uno Stato-Nazione,e tanto meno di tener conto della sua opinione. E’ la famosa teoria dell’elargizione di benefici alla base grazie all’attività della cupola.

Una seconda visione ,orientata verso la società,si distacca dall’anteriore non solo per la sua opposizione,ma anche in base alla constatazione che tutti i paesi che oggi si ritengono sviluppati,o del “Primo Mondo”, sono passati per una forte ingerenza statale nella determinazione di politiche che hanno beneficiato una larga fascia della popolazione,ad esempio con l’industrializzazione o attraverso la determinazione di limiti e regole per gli investimenti stranieri. Oggi il TLCAN nega allo Stato la possibilità di adottare tali politiche, ostacolando il percorso che tutti i paesi oggi sviluppati hanno intrapreso nel passato per fortificarsi al loro interno prima di aprire le frontiere. Nessun paese sviluppato ha mai dovuto sostenere la pesante pietra che per i nostri paesi rappresentano i trattati di libero commercio.

Nel mondo rurale, queste due visioni del mondo e del futuro incontrano differenti reazioni. Da una parte, la visione predominante al giorno d’oggi, che in maniera semplicistica riscontra i vantaggi nella produzione di beni e servizi in una diminuzione dei prezzi. Dall’altra una visione più ampia che riconosce le molteplici funzioni dell’agricoltura e non le riduce alla sola produzione di beni agricoli al prezzo più basso possibile. Tutti noi ci aspettiamo che l’agricoltura assicuri beni genuini e di alta qualità, che protegga l’ambiente, che vegli sulle risorse limitate, che preservi il paesaggio rurale e contribuisca allo sviluppo delle aree rurali creando nuove opportunità d’impiego.(4 )

Vale a dire, “l’agricoltura non produce solo beni in senso stretto, ma genera anche servizi per la società il cui valore non è retribuibile solo attraverso i prezzi degli alimenti e delle materie prime.” (5)

E’ stato detto in altre occasioni: l’espansione del commercio non è fine  a sé stessa. Nel migliore dei casi il commercio con altri paesi può essere utilizzato per rafforzare l’economia, ma il commercio “libero” da ogni restrizione e controllo, l’assegno in bianco dato in mano alle imprese multinazionali perché facciano ciò che vogliono, produrrà l’effetto che ha prodotto in Messico e che,ci azzardiamo ad affermare, si ripeterà in America centrale. Il “libero” commercio non mitiga le disuguaglianze, non le elimina né le annulla, al contrario, le accentua. Prima di liberalizzare il commercio, abbiamo bisogno di nazioni e popoli in salute, istruiti e in condizioni di vita degne,con economie sane, orientate al mercato interno o regionale,generatrici di lavoro, che non producano più fuga di manodopera all’estero. In tal caso, il commercio giusto,che non “libera”, ma compensa la profonda asimmetria tra paesi ricchi e paesi poveri,può essere un elemento utile ad una maggiore prosperità della condizione umana.

Note nel testo

(12) Gómez Cruz, Manuel Angel y Rita Schwentesius, “Desastroso impacto del TLCAN en el sector agroalimentario: es urgente una posición del legislativo para su revisión”, p. 10.

(13) La spesa degli Stati Uniti per il controllo delle frontiere è cresciuta da 967 milioni di dollari del 1993 a 2.56 miliardi di dollari nel 1999. Nel 1999 c’erano 9000 agenti di frontiera, più del doppio di quelli che c’erano nel 1993. Cifre di  Anderson, “Seven Years under NAFTA”, p.7.

(14) “Come disse il rappresentate messicano alle negoziazioni (del TLCAN),’il migliore progetto di questo paese è non avere nessun progetto nazionale e lasciare che il mercato modelli il migliore Messico possibile’. Questa teoria non ha nessun fondamento storico. In nessun paese del mondo il solo mercato ha portato sostenibilità e giustizia sociale”. Da Arroyo, “Lecciones del TLCAN: el alto costo del ‘libre’ comercio (Resumen ejecutivo)”, p.5.

(15) Unione Europea, fonte non pervenuta.

(16) Gómez y Schwentesius, “Impacto del TLCAN en el sector agroalimentario: evaluación a 10 años”, s/f, p.3.

Bibliografia

Anderson, Sarah, “Seven Years under NAFTA”, Institute for Policy Studies, Washington, D.C. s/f.

Arroyo Picard, Alberto, “Lecciones del TLCAN: el alto costo del ‘libre’ comercio (Resumen ejecutivo)”, RMALC, México, noviembre 2003, disponible en: www.rmalc.org.mx

Calderón Salazar, Jorge A., “Diez años del TLCAN: balance inicial”, en Economía informa, No. 327, junio 2004, Facultad de Economía, UNAM, México.

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Miguel Pickard
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