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Chiapas al Día, No. 437
CIEPAC
Chiapas, México
27 ottobre 2004

LA COCA-COLA
Contro GLI INDIGENI IN CHIAPAS
(Settima Parte)

In molte comunità indigene del Chiapas cresce l’onda del boicottaggio contro la Coca-Cola. E’ iniziata molti anni addietro ed in maniera silenziosa ma allarmante per le espulsioni che da allora ha generato. Quando nelle comunità si propone di smettere di consumare la bibita la domanda è immediata: qual è l’alternativa?

E’ difficile trovare un’alternativa perché significa anche l’acqua purificata che il governo non fa arrivare con altri mezzi. Tuttavia, consideriamo che per trovare le alternative il primo passo sia smettere di consumare la Coca-Cola. Ma tale principio è applicabile sempre. L’abitudine di consumare un prodotto alimenta la necessità della sua produzione con tutto quello che ne consegue. In questo caso l’uso e il controllo dell’acqua, degli ingredienti e tutta la sua catena produttiva. In altre parole il consumatore ha anche il potere di cambiare la realtà cambiando il proprio consumo. La stessa Coca-Cola Femsa lo afferma nel suo documento “Sistema di Qualità Coca-Cola, Evoluzione II, Principi Politici e Norme, settembre 1999”: “Mediante il perfezionamento del nostro sistema, continueremo a ridurre questi costi. Facendo ciò aumenteremo la soddisfazione dei nostri consumatori, cosa vitale per incrementare le nostre vendite”.

Il Chiapas è uno degli stati messicani che consuma più bibite e allo stesso tempo si trova ai primi posti, insieme ad Oaxaca e Guerrero, per la maggiore povertà e denutrizione. Sarà difficile trovare le alternative se la bibita continuerà a raggiungere le nostre mani anestetizzandoci nel pensiero di altre possibilità. In alcune comunità hanno lanciato la proibizione della Coca-Cola e hanno recuperato il consumo del pozol, bibita fatta a base di mais, che avrà un impatto favorevole nella sua produzione, nel consumo e nel valore del mais nelle stesse comunità. D’altra parte, una persona di città che ha deciso per il boicottaggio accorre al mercato a comprare limoni, papaya, anguria, arance ed altra frutta che proviene dalle comunità e che prima non consumava, per poter dare sapore all’acqua che beve quotidianamente insieme agli alimenti sostituendo la Coca-Cola. Questo permette di recuperare la produzione indigena e campesina e valorizzare i suoi prodotti facendoli circolare.

La popolazione urbana ha però un altro ostacolo: il consumo nei supermercati. E’ il caso di Sam’s Club, Chedraui, Gigante, tra le altre, delle quali si sta impadronendo la Wal-Mart. Così è arrivato quest’anno il negozio Chedraui a San San Cristóbal de Las Casas. Alla sua inaugurazione la maggior parte della popolazione è uscita correndo a comprare nel negozio pieno di clienti. Intanto, gli indigeni e i campesinos del mercato aspettavano i loro compratori abituali. Alcuni “autentici coletos” (in lingua messicana “originario” del posto) pieni di discriminazione e disprezzo per gli indigeni ( che in realtà di questo vivono perché il turismo viene a conscere gli indigeni e non i coletos), si sono riempiti di giubilo perché non dovranno andare al “mercato indigeno pieno di fango”.

La cosa peggiore è che anche molti indigeni hanno riempito questo negozio per comprare ad un prezzo più economico i prodotti che provengono dal mercato delle provviste di Città del Messico e questo a sua volta dagli Stati Uniti, grazie al Trattato di Libero Commercio (TLC). Così tutti sono usciti con la loro borsa di papas, tortillas, pomodori, carne e molte altre cose che prima compravano al mercato locale. Cosa che per molti è significato l’arrivo dello “sviluppo” a San Cristóbal de Las Casas in Chiapas e per altri significherà meno vendite dei prodotti dei campi e un’accelerazione della migrazione campesina e indigena in città e di più verso gli Stati Uniti. Molti diranno che non colpisce nessuno, ma quello che comprano a Chedraui prima lo facevano da un’altra parte. E anche se dagli Stati Uniti ci arrivano i polli malati, carne congelata per anni e piena di ormoni, latte con escrementi e mosche, mais da foraggio per le vacche e che Maseca mischia nella farina per le tortillas, e altri prodotti di cui si disfa l’impero, la popolazione crede che ciò che proviene da là sia migliore.

L’alimento determina e segna le differenze culturali. Gli indigeni maya organizzano le proprie feste intorno al ciclo di semina del mais. Le loro bibite sono anch’esse a base di mais. I vestiti riflettono il mais e la biodiversità della regione. Per esempio, le donne hanno nei loro vestiti i disegni e i colori dei fiori e del riflesso della vita colorata delle montagne, e non rappresentano il cammello o un animale del deserto del Sahara. I cinesi seminano riso e le loro cultura, vita, feste, bibite, ecc., si svolgono attorno al riso e ai suoi periodi di produzione. Se gli indigeni che seminano mais smettono di farlo e seminano, per esempio, palma africana, eucalipto, melone, anguria o un altro prodotto in funzione dell’agroesportazione, cambieranno i loro ritmi di vita, le feste, i simboli, ecc.. Non avranno tempo per andare alle feste del popolo perché l’altro prodotto che seminano semplicemente non gli darà tempo. I vestiti cambiano e anche il consumo cambia. Ora vediamo molte persone che si vestono con cose come: magliette con McDonalds, Sabritas, e altri prodotti.

La Relazione sullo Sviluppo Umano dal 1998 ha segnalato che esistono “elite mondiali” e “classi medie mondiali” che continuano con gli stessi stili di consumo, mostrando la propria preferenza per le “marche mondiali”. Sebbene il PNUD segnali i pericoli dei processi di mondializzazione nei confronti dei diritti del consumatore, non si può negare che l’imposizione egemonica di una cultura globalizzata e di consumo abbia effetti negativi sulla condizione e il benessere dei gruppi minoritari ed indigeni. Fleur Johns ha segnalato in relazione ai popoli aborigeni dell’Australia, che “senza un diritto positivo alla determinazione del proprio futuro culturale, i popoli aborigeni non dispongono di nessun mezzo internazionale per opporsi ai processi progressivi di omogeneizzazione ed espropriazione culturale”.

L’ESPULSIONE DEGLI INDIGENI DALLE LORO COMUNITA’

Oltre agli annunci pubblicitari della Coca-Cola che invadono il paesaggio in tutto il Chiapas, usando le culture indigene e fotografandole per la loro pubblicità, la Coca-Cola fotografa anche altri paesaggi: gli espulsi dalle proprie terre. Così, una comunità di Teopisca riceve più famiglie a causa di essere espulsa dal municipio indigeno di Mitzitón dalla imposizione della Coca-Cola che per qualsiasi altra ragione. Vediamo la storia.

Nel municipio di Teopisca don Manuel affermò che “non siamo soli, da 3 anni siamo contro questa bibita che ha causato molta divisione nella nostra comunità dove viviamo. Siamo un gruppo di famiglie che hanno molte cause nella comunità di Mitzitón da dove siamo scappati perché il leader obbligava tutte le famiglie a comprare la bibita al suo negozio e questo perché avrebbe potuto vendere 20 casse alla settimana; alcune volte minacciava di chiudere il negozio della comunità, additandoci come responsabili del mancato acquisto, e di non venderci altre cose che ci servivano (sale, zucchero, alcune pastiglie, tra le altre cose)”.

Allora la popolazione iniziò a rifiutarsi di consumare la Coca-Cola. “In molte occasioni abbiamo litigato sulle imposizioni, per esempio in ogni riunione del consiglio del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale), tutti coloro che facevano parte della giunta dovevano cooperare per l’acquisto di 8 o 9 casse di coca; per noi era molto difficile trovare il denaro, a volte ogni 15 giorni od ogni mese si doveva cooperare per questa bibita del diavolo, solo perché litigavamo e perché non tutti eravamo d’accordo nel non comprare Coca”.

Però qualcuno aiutò Don Manuel ad aprire gli occhi ed il catechista della comunità “iniziò a parlarci del suo lavoro contro questa Multinazionale. Stavamo conversando con la religiosa che ci appoggia con la Parola di Dio in queste occasioni da circa tre anni, e andai a parlare anche con l’agente pastorale e il sacerdote non fece caso al fatto che non eravamo d’accordo nel comprare la bibita Coca. Siamo ancora molto arrabbiati per questo, perche nella comunità dove vivevamo a Mitzitón si è arricchito con la Coca solo il signor José Sántiz, Agente Municipale, colui che amministrava il negozio della comunità. Da solo voleva vendere 20 casse di bibite alla settimana;  gli conveniva affinché la società Coca gli regalasse frigoriferi, sedie, tavoli, pubblicità ed altri regali.

Don Manuel raccontò che “per questo formiamo questa comunità, che già esisteva ma era composta solo da poche famiglie che vivevano in questo luogo. Adesso sembra che siamo una sessantina di famiglie venute via da Mitzitón perché minacciate in caso non avessimo comprato più bibite; minacciavano di appenderci e ad uno dei miei compari bruciarono la sua casetta perché era molto cabrón, non come noi che sopportavamo. Egli si è opposto e per questo un giorno  in cui andò a San Cristóbal gli bruciarono la casa, e quando tornò pianse tristemente  perché aveva perso tutto. Dopo di ciò minacciarono tutti coloro che si opponevano all’acquisto della bibita. Pensammo che fosse stato meglio uscire da questa comunità e giungemmo in quest’altra dove viviamo in pace, non litighiamo ma non beviamo neanche Coca-Cola, ma solo altre bibite come la Pepsi, il succo, anche se è molto caro e per questo beviamo il pozolito che ci danno Dio e la Madre terra. La dottoressa che lavorava a Mitzitón si rese conto di tutto quello che ci è accaduto, ci curava i dolori di pancia, i bambini già non volevano mangiare, perché la Coca-Cola fa ammalare e produce gastriti. Ora stiamo meglio e non abbiamo problemi tra di noi.”

In un'altra regione indigena delle Alture del Chiapas i caciques indigeni che controllano la distribuzione della Coca-Cola minacciarono la società di non lasciarla entrare se avesse tolto loro i compiti di ricezione e di distribuzione della bibita nelle comunità e nei suoi negozi. La Coca-Cola pretendeva di portare direttamente la bibita ai negozi senza lasciarla nelle botteghe rurali per risparmiare la spesa della commissione.

Nel municipio di Chamula la Coca-Cola ha un grande mercato. Con la sua strategia è riuscita ad invadere la vita culturale, politica ed economica. La Coca-Cola ha sostituito il “posh” (bibita fermentata di mais) nelle preghiere nel tempio. E’ la bibita delle feste e di qualunque evento delle autorità indigene della regione. Si usa come medicina e la sua bottiglia è il vaso da fiori in tutti i rituali come i matrimoni, la festa del santo patrono, o la venerazione dei defunti. Le autorità controllano anche la vendita della Coca-Cola mentre la Pepsi-Cola cerca le sue strategie per introdurre i suoi prodotti. Comunque questo accade da tutte le parti. Nella cultura occidentale non ci sono feste di matrimonio, quindicennali, occasioni di commercio; o balli, ristoranti o bar; riunioni informali, cortei popolari, riunioni delle Ong che si dicono progressiste,  atti definiti molto culturali e di grandi intellettuali, ecc., se non c’è la Coca-Cola.

C’è un ulteriore esempio. Areli Carreón di Greenpeace Messico condivide con noi la narrazione di Marco Antonio Tafolla, del popolo indigeno di Xoxocotla nello stato di Morelos che racconta come tirarono fuori la Coca-Cola da questo popolo. “Xoxocotla è un popolo indigeno dello Stato di Morelos dove è più facile trovare birra e bibite che latte. Un giorno, la società Coca-Cola avvisò i padroni dei negozietti che se volevano continuare a vendere i loro prodotti, avrebbero dovuto smettere di vendere le bibite della Pepsi e della Boing. Questo non piacque per niente al popolo. “Chi si crede di essere la Coca-Cola per decidere cosa possiamo vendere e cosa possiamo bere?”, si dicevano l’uno con l’altro. Si riunirono nella piazza ed in assemblea decisero che questa società non sarebbe entrata nella loro comunità. A partire da allora, ogni volta che vedevano arrivare camion di bibite si riunivano per impedire il loro accesso nella comunità. La società non solo rinunciò alla sua pretesa (illegale) di condizionare la vendita dei suoi prodotti all’esclusività dell’offerta, ma dovette chiedere perdono pubblicamente e finanziare la pittura, le tende, i frigoriferi, i tavoli e le sedie di tutti i locali di Xoxocotla, per poter ricominciare la sua vendita al popolo. Comunque a Xoxocotla smisero di bere Coca-Cola.

Il problema non riguarda solo le comunità indigene. Con un contratto firmato nel 1997, la scuola Colorado Springs riceverà 8,4 milioni di dollari in dieci anni per vendere 70.000 casse di prodotti Coca-Cola l’anno. La società ha pressato gli amministratori della scuola ad incrementare le vendite dando migliore ed illimitato accesso alle macchine e lasciando che gli studenti bevano in classe. La società annunciò di progettare l’estensione di questo modello in tutta la nazione (The Nation, 27 settembre 1999 en www.geoties.org).

In un’altra comunità indigena in Chiapas hanno deciso di non bere Coca-Cola e trovare alternative per dare ai produttori il valore che il TLC gli ha rubato perché non si può competere con i prodotti americani fortemente sussidiati. Prima vedevano da fuori e ora la loro sfida è vedere dentro. Prima vedevano da tutte le parti le arance marcire, i limoni dimenticati come tappeti nei locali posteriori, la polpa dei mango deteriorata e la denutrizione infantile in ogni casa. Ora tutti questi produttori iniziano ad avere valore. Ora si sono posti l’obiettivo di come quei limoni significhino limonata che si venderà nelle scuole, arance che si venderanno con peperoncino e limone in sostituzione del cibo spazzatura. Sono possibili le alternative, per piccole che siano, per combattere lo spirito neoliberista che abbiamo dentro. E’ possibile avere alimenti sani in tavola. E’ possibile vivere senza Coca-Cola (è incredibile che dobbiamo dire questo).

 “Per un mondo salutare, giusto, equo ed in armonia con la natura. Le alternative alla Coca Cola sono da ricercare nello sviluppo del mercato interno, con il consumo di succhi di frutta comprati da produttori delle nostre bioregioni”. www.raj.org.mx

Juan Herrera y Gustavo Castro
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Translated by Francesco Falasconi for CIEPAC, A. C.


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